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Sensazioni. (Confessioni di una paziente: la solitudine oggi)

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Vorrei scrivere tante cose. Ma ho la mente vuota. O forse troppo piena. Sì, troppo piena direi. Decisamente troppo piena. Del resto io sono quella che "pensa troppo". Ed è vero. A volte vorrei non pensare. Svuotare la testa. Pensare a niente e a nessuno. Vuoto totale. C'è una frase di Frida Kahlo che mi piace, che sento un po' mia in questo momento. Dice così: " In un posto dentro di me, io sono sola. Lo sono sempre stata e sempre lo sarò." Se qualcuno pensa sia una frase triste, o che riveli una personalità dal cuore, o dal carattere melanconico, vi sbagliate. Non è così! In quel posto dentro di me, quello al quale non so neppure dare un punto preciso, né uno spazio, né un nome, io sono sola. E non la posso condividere con nessuno questa sensazione. Mai riuscita a farlo. O forse mai potuto. E nessuno è capace di condividerla con me. A volte, seppure raramente, mi è accaduto di credere e pensare: "ecco! finalmente questa persona capisce questo mio ...

Natale: rituale o vera Luce?

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Lia era lì. Con il suo cuore. Un cuore sbucciato da quel suo "sentire" sempre eccessivo. Quel suo cuore che non aveva bisogno del Natale per accendersi come le luci delle strade, dei negozi, dei palazzi. Luci che duravano poco meno di un mese. E poi? Poi di nuovo tutto uguale. Negozi, strade, piazze, e soprattutto i volti: quei volti di nuovo sempre un po' spenti. Ma perché, si chiedeva Lia. Perché?! Così diventava tutto falso! No: lei le sue luci le teneva accese tutto l'anno. Accese "dentro". Per quale motivo tutto doveva essere ritualizzato dall'abitudine. Quell'abitudine che uccide perfino il ricordo, di come sia un'emozione forte! Quell'abitudine che ha la capacità di banalizzare. Di acquietare gli animi, nella routine di una quotidianità diventata stanca. E credere che sia quella la felicità. Quella serenità che non turba. Che non rischia. Che non dà ma non toglie. Come certi momenti di rassegnata noia tra coppie di vecchia data. Possib...

Una storia di Natale

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  Luca era lì. Tra quei due vicoli che incrociandosi formavano un angolo. Il "suo" angolo. Da quanto tempo quello era "il suo luogo"? Quello che ormai rappresentava la sua casa, il suo rifugio, il suo TUTTO? Si sentiva al sicuro lì. Paradosso? Illusione?Autoinganno? No. Assolutamente no. Era la sua realtà. Perché lui, lì , conosceva tutti. E tutti lo conoscevano. E lo salutavano: con un cenno, con un sorriso, con un ciao. Qualcuno più premuroso si fermava perfino per chiedergli: "come va Luca, tutto bene?" Oppure gli portavano un panino. Una volta perfino un thermos con tanto caffè bollente, e quel buon aroma si diffondeva nell'aria e nel cuore. E si sentiva rinascere. Non è tutta cattiva la gente, pensava Luca. La "gente" è un termine troppo generico, astratto, che non individua nessuno in particolare. Solo un insieme di persone. Tutte diverse. Tutte con caratteristiche individuali. Tutte uniche nella propria unicità. Ci sono gli allegri, i ...

Solitudine e Sindrome Abbandonica: un seme da estirpare

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STORIA DI TEA. ................ Tea si sentiva sola. Cosa significa sentirsi soli, si chiedeva Tea. Ciò che provo io, come si chiama? Vuoto? Inconsistenza? Astrazione? Astrazione da tutto. Oppure...oppure assenza forse... ecco, sì: "Assenza"! Assenza di ciò che aveva provato in passato. Di ciò che era stata. Assenza del ricordo di quei momenti /sentimenti che a volte sentiva scorrere nelle vene. Di quell' entusiasmo quasi euforico e di certe disperazioni invalidanti. Di quell' intensità di cui era capace. Quasi impregnata, lei, d'intensità. Come quel sudore che in certe estati umide, feroci di calore, ti ricopre come una veste di velo che ti avvolge e t' imprigiona. Ma era anche leggerezza. Già: e contraddizione, sempre. E verità. Dentro, ora, era solo "istante". E quella certezza di apparire a tutti come una ragazza complicata, difficile, aliena. Quei "Tutti" che non avevano la capacità di andare oltre per capirla. Anche in Famiglia era co...

Criteri diagnostici per la classificazione della bulimia nervosa

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A) Ricorrenti abbuffate. Un'abbuffata o crisi bulimica è caratterizzata dai seguenti punti: - mangiare in un definito periodo di tempo (in genere minore di due ore) una quantità di cibo significativamente superiore a quello che la maggior parte delle persone mangerebbero in circostanze simili. Sebbene il tipo di cibo assunto vari ampiamente, in generale comprende quelli ipercalorici come dolci o gelati. Ciò che caratterizza l'abbuffata in ogni caso è la quantità anomala di cibo piuttosto che la compulsione verso uno specifico alimento. L'episodio può essere più o meno pianificato, ed è di solito caratterizzato dalla velocità d'ingestione. L'abbuffata spesso continua finché l'individuo non si sente "così pieno da stare male". I soggetti con bulimia tipicamente si vergognano delle loro abitudini alimentari patologiche e tentano di nasconderle. È per questo che avvengono in solitudine, quanto più segretamente possibile. Sensazione di perdere il controllo ...

Per rimediare a una dimenticanza

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Salve! Questo post è per rimediare ad una importante mancanza di cui mi sono accorta nel riguardare, come spesso faccio per scrupolo e controllo, post precedentemente pubblicati. Parlo di quelli riguardanti i DCA ( Disturbi del Comportamento Alimentare). Ho cercato di essere il più precisa possibile, pur usando un linguaggio non troppo tecnico, per arrivare in questo modo a tutti. Dopo una spiegazione generalizzata di questo disturbo, l'ho suddiviso nelle due patologie principali e cioè: Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa. Considero i due comportamenti alimentari come i due fiumi principali da cui -poi- possono diramarsi tanti ruscelli o piccoli rivoli, a seconda del soggetto che subisce questa patologia. Detto questo mi sono accorta di avere dato tutto lo spazio alla prima, dimenticando di riservarne uno anche alla seconda. Probabilmente la "dimenticanza" è stata causata, devo ammetterlo, ad un meccanico forse un po' inconscio: durante gli otto anni trascorsi nel re...

Viaggio alla ricerca del senso della Vita

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Angi si guardò allo specchio. Era tanto che non lo faceva. L'ultima volta che l'aveva fatto non si era riconosciuta. Non perché si vedesse più bella o meno bella. Neppure più giovane o meno giovane. Semplicemente avvertiva un senso di estraneità con la ragazza che la guardava da quello specchio. Era proprio quello sguardo a smarrirla. Non era il suo quello sguardo. E gli occhi...no! non erano i suoi quegli occhi. I suoi erano grandi, ma con un taglio un po' all'insù. E sprizzavano scintille. E Vita! Quel volgere un po' all'insù aveva fatto sì che i ragazzi l'avessero soprannominata "la Cinese". E ora? Ora guardava quegli occhi e non riusciva a riconoscerli: il taglio, quel taglio apprezzato da tutti era diverso, e lei lo aveva notato subito. Quegli occhi che ridevano ancora prima della bocca, con quella risata aperta, un po' eccessiva a volte così senza freni, ma spontanea, arrivava subito agli altri. Ed era contagiosa. Ecco, quegli occhi ora e...