Una scintilla nella quotidianità della vita
Guardando su Instagram, mi è passato sotto gli occhi un breve video, un flash, un piccolissimo pezzo di un film di Carlo Verdone.
A me lui piace tanto con i suoi film sempre dolci/amari, che provocano quella risata che ci mette un attimo a trasformarsi in un labbro che si morsica leggermente tra i denti, perché si diventa pensierosi, e ti fa riflettere.
E l'allegria diventa malinconia.
Come in questo video che, non so perché, mi ha resa di colpo triste.
Come quando una nube passa davanti a un sole splendente, e tutto cambia.
I colori, e il calore.
Dalla luce all'ombra. Dal tepore a un fresco che provoca un po' di pelle d'oca.
Così, come faccio sempre per capire i miei cambi di umore e di stati d'animo, l'ho guardato e riguardato tante e tante volte per capire perché.
E lo faccio in quel mio modo di sezionare il mio pensiero, mentre passano le immagini, le voci, le frasi e le parole che vengono pronunciate.
Ho riascoltato quel:
" ne è valsa la pena! ...ne è valsa veramente la pena!"
Con quel tono di voce gridato.
Gridato più a se stesso che all'amico che ascolta.
Così convinto, così profondamente grato che la vita gli abbia offerto quell' esperienza magica, quel dono che a volte ti fa la vita in un impeto di generosità, e che bisogna essere pronti a cogliere.
Senza rinunciarvi, senza mai rinnegarla, anche se poi il ricordo fa male.
Anche se, quando arriva a tradimento, improvviso come un lampo nel buio, è come un ago invisibile tanto è sottile, ma ugualmente acuto il dolore che arriva al cuore con la profondità di un bisturi, che stringe la gola e toglie il respiro.
Allora quel ricordo trapassa la mente, la svuota come uno tsunami di ogni altro ricordo e pensiero, e per un attimo occupa tutto lo spazio. E diventa l'unico.
E guai a respingerlo: ritornerà con più violenza con più insistenza!
Io non ho mai visto questo film che mi hanno detto intitolarsi: "Manuale d' amore numero due".
Ma quella poesia che recita il protagonista, quella che mostra che Verdone è perfino più bravo di quando fa ridere, mi è rimasta nel cuore. Proprio dentro.
Ve la ripeto, perché come si dice: "scripta manent".
E questa poesia vale la pena, ecco sì "ne vale veramente la pena" farla rimanere. Eccola:
" C'è la neve nei miei ricordi, c'è sempre la neve. E mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare".
Poi, solo nella terrazza sul tetto, si siede, si copre con un lenzuolo bianco, anzi, si avvolge completamente in quel lenzuolo come in un sudario:
"Quando litigo con mia moglie, e voglio essere un po' infedele, recito questa poesia.
Tanto, qui sotto niente è peccato."
Ho trovato la rassegnazione del protagonista struggente, perché così vera, così intensa, che te la fa arrivare addosso, entrare nella pelle e nelle ossa. E invadere, per poi infilarsi in ogni angolo della mente e dell'anima, perché -forse- ognuno di noi ha nascosto, in una piega della memoria, qualcosa di magico e di non vissuto.
Penso a quanto è breve la vita: un battito di ciglia e tutto è già finito.
Che ci sono convenzioni, regole che ci sono state insegnate fin da piccoli che sono cresciute con noi, che diventano valori, doveri rigidi, confini invalicabili, tabù da non infrangere, rinunce che ci imponiamo, sacrifici a cui ci pieghiamo... e potrei continuare all'infinito.
Questo, ovviamente, nel caso che questa situazione si verifichi in una coppia, che siano compagni o marito e moglie come nel film.
Se mettiamo sempre l'altro al primo posto, e noi al secondo...al terzo...al quarto... a volte perfino all'ultimo posto, sempre. Laggiù, in fondo alla fila, ci ritroviamo come il protagonista del film.
Questo per non essere invasi e sovrastati dai sensi di colpa.
E mi piace fare questa analisi che mi fa sezionare ogni mio pensiero, per capire senza pregiudizi ma neppure pretesti.
Senza pacche sulle spalle, ma neppure schiaffi in faccia.
Senza indulgenza, ma neppure come colpe da punire.
Ecco, mi chiedo se non ci sia una modalità per non soffrire così tanto, come l' Ernesto del filmato.
Per non andare avanti, ogni giorno, ingabbiati dentro le sopra citate regole, così ingabbiati da non accorgerci neppure di quanto quelle sbarre stringono, di tanto vivere ligio, così abituati a una quotidianità che abbiamo indossato come un cilicio, o una camicia di forza, eppure sentendoci liberi. O sforzandosi di crederci.
Non vorrei che tutto questo venisse confuso con un inno al tradimento, o al comportarsi senza attenzione all'altro, o pensando solo a ciò che fa piacere a se stessi, in un vuoto egoismo.
Assolutamente no.
No no no no no............... NO!
Quello che intendo è concedersi, in pochi rari momenti, quella intensità di emozioni, quegli istanti che entrano dentro e rimangono dentro, e non escono più, perché tanto ritornano, e ritornano, e ci tengono compagnia, fino a che: "diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare".
Che vita è senza quelle emozioni che, come scritto nelle fiabe, sono come la Lampada di Aladino?
Una lampada magica che se la strofini esaudisce ogni desiderio.
Ovvio, è qualcosa che non deve essere vissuta con frequenza, in tempi troppo ravvicinati, o verrebbe a interferire con la vita di ogni giorno, creerebbe problemi, e diventerebbe parte di quella quotidianità perdendo così quella sua magia, quel "sentire" così forte da viverlo al limite di un infarto, come racconta Ernesto all'amico Fulvio, mentre cerca di trasmettergli nel suo racconto quella intensità impossibile da spiegare, perché la si può solo vivere.
Quindi no, non dico questo.
Quello che intendo è che non bisogna allontanare per sempre chi ci fa provare tutto questo, chi -per un momento- ci regala ali per volare, per toccare le vette più alte. E la stella più lontana.
Certo, parlo solo di certi incontri forse inevitabili, perché decisi dal destino nella notte dei tempi, quell' incrociarsi immediato di sguardi non cercati, non voluti, che però si "agganciano" tra loro un minuto in più di altri, senza sapere il perché.
Non casuale, non previsto, non pensato, che si vorrebbe banalizzare ma non si può.
Perché farebbe sentire vigliacchi. E ingrati.
Perché quello è un dono.
Un dono che la vita ci fa e che non ci riproporrà, quindi raro come la famosa mosca bianca, e per questo non rifiutabile.
Il consiglio? Tenerlo sempre come si tiene un dono preziosissimo.
Saperlo centellinare questo dono, gestirlo con dolcezza, grazia, tenerezza, gratitudine, rispetto, gioia, amore.
A volte con la delicatezza di una brezza gentile, altre con l' impetuosa passione di uno tsunami.
Quello che travolge e porta via, lasciarsi andare al suo vento per andare dove ti porta, con curiosità e stupore, con coraggio e paura, per scoprire e scoprirsi.
Per non arrivare, ricordando ancora una volta Thoreau, alla fine della propria vita e accorgersi di non avere vissuto.
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