Il vero Senso della Vita per me
Nella mia professione ti abitui ad ascoltare i problemi, i tanti disagi, le conflittualità, la difficoltà di vivere, o meglio, di sapere accettare ciò che la vita ti pone davanti, e che spesso è troppo diversa da ciò che credevi, e che avresti voluto per te.
E ci si rende conto di quanto, alla fine, ci assomigliamo tutti nella delusione di non essere riusciti a raggiungere quei sogni che rincorrevamo -da adolescenti prima e da ragazzi poi- convinti che saremmo riusciti a realizzarli.
Se non tutti, in buona parte.
Poi il tempo passa a velocità della luce, e fai il bilancio di quanti ne hai realizzati fino a quel momento.
Magari molti se ne realizzano, ad esempio laurearsi, trovare un lavoro, farsi una famiglia, viaggiare... bè, forse viaggiare lo aggiungo io, perché è uno dei desideri che per me rimane tra i più inesauribili, intatti, sempre e ancora da sognare sempre.
Dunque, parlavo di "bilanci" che spesso fanno i pazienti.
Ovviamente non parlo dei giovani e giovanissimi che sono la maggioranza che seguo, ma quelli di una età non ancora troppo avanzata ma che hanno lasciato la giovinezza alle spalle.
Intorno ai 50, 55 anni insomma.
È vero che io insegno tanto ai miei pazienti, ma è altrettanto vero che da loro imparo tanto.
Non mi fanno da specchio ovviamente, ma dopo sedute particolarmente profonde e impegnative, dopo, io rifletto tanto.
E così mi rendo conto di quanto, a parte malattie mentali importanti o genetiche, la maggior parte del male di vivere, di tante insoddisfazioni, di quella sensazione di vivere la minima parte di ciò che è il vero senso della vita, del suo significato più vero, più semplice, ma più profonda, è dato da quello stare alle regole.
Di sopprimere sentimenti che , prima di permetterci di viverli, ci chiediamo mille volte: "è giusto o sbagliato?", "faccio soffrire qualcuno o posso permettermelo?", "sarò giudicato male o mi capiranno?".
E queste domande ce le facciamo nei confronti dei tanti con cui conviviamo: genitori, figli, mariti, mogli, fratelli, sorelle , parenti vari, amici, colleghi, superiori, conoscenti, vicini di casa..... e l'elenco è infinito!
Ci occupiamo di come ci vedono gli altri, di quanto ci hanno insegnato fin da piccoli, e se quelle regole le stiamo seguendo.
Che bisogna vivere con i piedi per terra, e che i sogni o le fantasie non aiutano a crescere. E quindi non servono.
Che sono inutili alla vita.
E rifletto. Penso che chi viene da me è triste, e il più delle volte si sente sbagliato perché non sa adeguarsi a queste leggi.
Oppure si adeguano, sì , ma con una tale fatica, un tale sforzo, un senso di inadeguatezza a questo modo di vivere così in conflitto con il loro "credo", da entrare in una depressione profonda.
Quella che nella nostra professione viene diagnosticata come depressione maggiore.
O sfociano in terribili attacchi di panico.
O nelle più svariate somatizzazioni.
E mi rendo conto che le regole poco hanno a che fare con la "vita", quella che riempie il cuore e l'anima.
Quella che ti arriva "dentro" quando ti perdi per un attimo nella bellezza della natura.
Quella che vivi guardando l'infinito che ti circonda dalla cima di una montagna.
Il profumo che riempie i polmoni e gli occhi, se fai un percorso in un bosco.
Soprattutto, per me che mi sembra di essere stata partorita da un'onda del mare tanto lo amo, "vita" è osservare quella immensa distesa, per poi tuffarsi, scendere, fino a che manca il respiro, e nella bocca rimane il sapore salato di quel liquido magico.
Questo non significa fregarsene delle regole, o vivere nel modo totalmente contrario, cioè non seguirne nessuna.
No, intendiamoci, questo deve essere chiaro.
Significa sapere vivere in equilibrio tra ciò che si deve seguire per adeguarla a una quotidianità, dove però deve esserci lo spazio per sogni e fantasie da inseguire, senza sentirsi in colpa.
Ma, a quanto pare, non è una cosa così semplice come sembra, o come dovrebbe essere.
Perché dobbiamo fare sempre i conti con le esigenze, la differenza di mentalità e carattere, spesso anche l'egoismo o la difficoltà dell'altro nell'entrare nel nostro mondo, spesso così diverso dal loro.
Penso all'enormità del caso diventato quasi leggenda di quella definita "La Famiglia nel Bosco".
Caspita, ma cosa hanno di così terrificante questa famiglia che viveva tutta insieme, unita, per quanto ne so serena, a parte di vivere "dentro" la Natura?
Certo, non voglio dire che sia la normalità, che dovevano fare andare a scuola i tre figli, certo, ma se ricordo bene, solo uno era in età scolare, quindi era rimediabile recuperare il tempo perduto.
Alla fine chi si occupa dei risultati scolastici di certi bambini che vivono in famiglia, in città, e magari perdono un sacco di anni? Chi li controlla?
Io ho lavorato in una neuropsichiatria infantile diversi anni e ho incontrato abusi perpetrati nei confronti di bambini all'interno della famiglia, ma che io sappia, nessuno è mai andato in prigione per questo che giudico uno dei crimini più efferati!
È considerato un fatto meno grave questo?
Quella famiglia anomala per scelta, certo, ma unita, è stata separata per un anno.
Genitori separati di colpo dai figli.
Una quotidianità completamente stravolta.
I bambini hanno accumulato forme di stress mai conosciute nel " bosco", e sinceramente, non ho idea quali ferite lasceranno nella loro vita e nella loro crescita.
Allora chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato in certi casi?
Chi è capace di valutare quale sia il vero modo di vivere la vita succhiandone la sua verità, la sua essenza, il suo "midollo"?
Quella verità, quell' essenza, a mio avviso si vede e si intuisce solo quando guardi un cielo pieno di stelle.
Un tramonto, quando il sole sparisce dietro l'orizzonte.
Un' alba dove, al contrario del tramonto, il sole si alza all'orizzonte e tinge il cielo di un rosa chiaro.
Oppure quelle fantastiche pennellate che si aprono ad arco nel cielo tingendolo di tanti colori dopo una tempesta.
Quel segno di tregua, di serenità, di "pace fatta" che si chiama Arcobaleno 🌈
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