Solitudine e Tecnologia

 


Lisa era sempre stata un po' isolata nel suo mondo.
Ricordava che la mamma, quando era piccola, parlando di lei diceva alle persone: " eh, sì...purtroppo è una bambina timida, sempre attaccata alla mia gonna, poco propensa a giocare anche con gli altri bimbi... mah, vedremo crescendo se migliora nel relazionarsi!"
Ma evidentemente questo miglioramento non arrivava, perché continuava a sentire spesso questo discorso che la mamma faceva anche alle amiche, ma che lei non condivideva.
Non era timida. Assolutamente no.
Non sentiva timore nel relazionarsi con gli altri, semplicemente preferiva il suo mondo fatto di tante fantasie, tanta immaginazione, tanti colori che gli altri non vedevano e quindi non potevano capire.
Ma a forza di sentirsi definire tale dalla mamma, cioè "timida", iniziò a considerarsi così: in fondo se lo dice una mamma che dovrebbe conoscerti meglio di chiunque altro, un fondo di verità doveva esserci.
Arrivò l'adolescenza, e Lisa aveva amiche ed amici dimostrando così che non aveva difficoltà a relazionarsi, tutt'altro, però continuava a preferire quel suo mondo virtuale che nessuno riusciva a comprendere, che non riusciva a condividere veramente con nessuno.
Compiva 15 anni Lisa, e i genitori gli regalarono un computer.
Era una ragazzina che prendeva tutto seriamente, così decise di conoscere tutto di quello strumento che sembrava racchiudere in sé ogni possibilità.
Ciò che aveva sempre cercato: potere condividere le sue idee, le sue fantasie, quel suo mondo, con altri "cercatori di sogni".
Più imparava ad usare il computer, più quello strumento le appariva magico.
La strada finalmente giusta per percorrere e condividere con gli altri tutto ciò che la sua testa e il suo cuore contenevano.
Instagram... Facebook... Messenger... possibilità infinite di conoscere, farsi conoscere, confrontarsi, senza dovere stare attenta a come agire, come parlare, come vestirsi, come doversi truccare o aggiustare i suoi lunghi capelli per farsi più bella... finalmente Libera!
Era questo che pensava Lisa.
Iniziò a esprimere attraverso i social tutte quelle sue fantasie che non si erano certo assopite né mitigate nel tempo: scrivere, realizzare brevi video per trasmettere agli altri il suo essere sveglia e originale, condividere "pensieri e parole" come il titolo di una vecchissima canzone di Battisti.
Era questo che la soddisfava.
E quando poi riceveva un "like" o un "mi piace"... oddio che felicità!!!
Che importava se non conosceva i volti o le voci di chi messaggiava con lei: era apprezzata e considerata, così, per ciò che aveva "dentro", dentro quel suo mondo che finalmente poteva trasmettere e condividere senza muoversi dalla sua stanza, senza doversi "sbattere" per dare il meglio del suo aspetto ma del suo animo!
Anche se a volte la risposta non era esattamente quella che si aspettava o desiderava, però era piena di "amici" che si chiamavano "follower" in quel mondo, ma che per lei erano super amici!
Era così che Lisa trascorreva la maggior parte del suo tempo, scuola a parte e compiti da svolgere per la mattina dopo.
Ma un giorno accadde qualcosa.
Era il periodo di piena estate: la settimana di Ferragosto per l'esattezza.
Era ancora in vacanza dalla scuola, e si mise appena sveglia, dopo essersi lavata e vestita, dinanzi al computer.
Lo accese ma ... il video rimaneva scuro, come fosse spento.
Provò e riprovò per capire il perché e come fare, cosa era accaduto così all'improvviso.
Accese, spense, riaccese, ma...niente!
Uscì di corsa per andare nel negozio vicino a casa che vendeva oggetti di telematica, ma arrivata trovò il negozio chiuso, e il cartello attaccato alla saracinesca informava che avrebbero riaperto il primo di settembre.
Certo! Che stupida cretina ... certo!
Era la settimana di ferragosto, non avrebbe trovato nessuno per aggiustare il suo computer!
Tornò a casa, riprese in mano il computer, lo accese e riaccese decine di volte... ma niente!
Allora lo afferrò con una rabbia che non si riconosceva gettandolo a terra.
E pianse.
Un pianto dirotto dove c'era tutto lo stupore e l' improvvisa scoperta della sua solitudine.
Capì che tutto il suo nuovo mondo, tutti quegli amici immaginari, erano ancora più immaginari di quelli che i bambini creano di solito nella loro mente quando sono piccoli.
Era sola. Non aveva nessuno da chiamare perché era quella la strada che si era scelta: una solitudine camuffata da infinite relazioni che riuscivano a riempirla!
Il computer si rompe irrimediabilmente, nessuno lo può aggiustare in tempi brevi, e lei...? Bè, lei è sola.
E non se la può più raccontare.
Non può più crederci, e deve fare i conti, finalmente, con i suoi autoinganni.
E con la realtà.
Lisa avverte un vuoto, lì , sempre in quel punto tra lo stomaco e il cuore.
Un vuoto che le "parla" con quella fitta sottile e profonda.
Che le fa capire che non ha più voglia di vivere, non così.
Le viene in mente all'improvviso, ancora una volta, quella frase tratta dal racconto di Miller che diceva così:
" Lei era lì, ai piedi della scala, tesa verso la luna..."
Pensava sempre a quella scala tesa verso la luna.
Quella scala che si poteva salire unicamente da soli, per raggiungere... cosa alla fine? La luna?
Perché volere raggiungere quell'astro così lontano, malinconico nella sua leggiadra e argentea solitudine, quando poteva avere un intero pianeta, una Terra incredibilmente ricca di ogni bellezza, di luoghi meravigliosi, e sconosciuti, e raggiungibili, da visitare?!
Lisa pianse a lungo, e le lacrime correvano lungo il suo bel viso liscio di gioventù, quella gioventù che non stava vivendo.
Pensò che la vita, quella vera, è reale e concreta, con i suoi momenti di gioia intensa e anche di sofferenza, di pienezza, di emozioni vere e intense. Nella gioia come nella sofferenza, ma vere e soprattutto REALI.
"Sono a un bivio", pensò Lisa.
O si vive o si muore.
Stava a lei decidere.
Solo a lei.
Senza più indugi.
Né tempo.
..................

Per Carl Gustav Jung la solitudine nasce dalla incapacità di comunicare ciò che è davvero importante per sé stessi, ovvero dal non rivelare pensieri di sé.
Pensieri che si ritengono inaccettabili o di possibile giudizio negativo per gli altri.
Non parliamo quindi di oggettiva solitudine fisica, ma morale, spirituale, psicologica.
Come ritiene anche Nietzsche, la solitudine non è assenza di compagnia ma una condizione esistenziale inevitabile.
Pier Paolo Pasolini diceva: " bisogna essere molto forti per amare la solitudine".
Per Leonardo da Vinci invece: " E se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo"... decisamente modi diversi di percepire questo stato.

Oggi giorno, però, è la tecnologia la vera causa di una solitudine profonda.
Tecnologia ambigua perché camuffata da "grande amica".
La realtà è che siamo sempre più connessi ma sempre più soli: è questo il grande inganno!
Anch'io posseggo un blog, che però è assolutamente variegato di racconti, fiabe, miti, leggende...tante cose insomma, a cui segue sempre l'interpretazione psicologica.
Tengo a dire che non c'è contraddizione, in quanto io contatto sempre chi so leggere il mio blog, perché conosco chi è iscritto, e sentire così pareri, consigli, o critiche.
Cerco il confronto insomma, se diretto con telefonate o in presenza, ancora meglio.

Si è catturati dallo schermo, e le statistiche dicono che il 93% della comunicazione non è più verbale.
È, quindi, una solitudine silenziosa, che non fa rumore, ma piena di informazioni, messaggi, chat, aggiornamenti, notifiche, e quant'altro: siamo immersi in un flusso continuo.
Bisognerebbe fermarsi.
Fermarsi per riflettere e chiedersi perché.
"È proprio questo ciò che voglio o è solo abitudine, una forma di automatismo che nasce da una sorta di pigra rassegnazione mascherata dall' illusione di essere più vicino agli altri, a tutti?"
In realtà stiamo tagliando il mondo fuori dalla realtà per entrare in una dimensione che è solo virtuale, senza neppure averne la consapevolezza.

Niente può sostituire la vicinanza fisica, quella che ci permette di notare ogni espressione che passa e cambia sul volto dell'altro: la curiosità o la noia, quell'ombra di tristezza o quel lampo di gioia, un sorriso che nasce da "dentro" piuttosto che una smorfia di tristezza.
"Guardarsi" insomma.
Guardarsi da vicino, e possibilmente toccarsi prendendo la mano dell'altro per rassicurarlo. O per abbracciarlo.
Nulla può sostituire la fisicità, quell'eserci "qui ed ora", come si dice in psicologia.
Per questo, personalmente, come psicologa clinica rifiuto gli incontri online. Magari è una mia incapacità, ma non esisteva neppure l'idea di questo modo di relazionarsi prima del covid.
E se prima era una necessità nuova e inevitabile, con la quale doversi rapportare, ora non ne vedo la motivazione e sicuramente non la stessa efficacia di una seduta "vis a vis". Viene definita così, tecnicamente, l'incontro tra due persone: quello del paziente con il professionista.
È questo che aiuta veramente a capire, se le problematiche sono importanti.
Quell' empatia, e consapevolezza, e comprensione, che il filtro di uno schermo non permette di raggiungere l'altro. Non veramente e nel profondo almeno.

L' iperconnessione che caratterizza la vita di molti adolescenti e giovani porta a nuove forme di solitudine che diventano sempre più profonde: ad esempio il ritiro sociale o hikikomori che riguarda circa il 2% degli adolescenti, che scelgono di isolarsi volontariamente nella propria stanza.
Altri preferiscono l'interazione virtuale piuttosto che quell' incontrarsi di persona, quel "guardarsi in faccia" per capirsi al volo.
Tutto questo è alimentato dal "Brain Rot": è denominato così il deterioramento dovuto a un uso eccessivo di contenuti online banali, o dal cellulare.
Un ruolo che sta diventando primario lo sta occupando l' AI ovvero l'intelligenza artificiale, dove il 92% degli under 19 dichiarano di preferire il confronto con una chat hot rispetto ad una persona reale.
Questo per non sentirsi giudicati, e dalla disponibilità immensa data dai mezzi digitali.
Instagram, Facebook, Tik-Tok ... continue realtà virtuali in divenire dove puoi costruire false identità che di reale non hanno nulla perché, come detto, filtrate e costruite con una sorta di "regia", una volta attuata solo per l'esigenza data dalla creazione di un film.

I Social Media spingono a mostrare solo vite idealizzate, alimentando così insicurezze, ansia, e un senso di isolamento anche se ci si scambia migliaia di contatti virtuali.
È in questo modo che stiamo perdendo, così, un bene dal valore inestimabile: la ricchezza della comunicazione verbale, degli sguardi, del calore fisico.
Il rischio è quello di perdere noi stessi, animali sociali che, da sempre, hanno bisogno di relazionarsi con la fisicità della presenza, del contatto di una carezza e perfino di uno schiaffo, se finalizzato ad esprimere un sentimento di rabbia.
Sicuramente meglio di insulti ed offese, anonime e vigliacche, lasciate sui social.
Così come un abbraccio forte, un bacio vero, un sorriso che nasce tra le labbra, non potranno mai essere sostituiti da "emoticon" stereotipati in espressioni clonate, oppure innumerevoli raffigurazioni di cuori inviate in automatico.
Senza metterci il proprio cuore ❤️

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