Leo allo specchio: quando ciò che riflette è un'identità che non sentiamo nostra
Oggi vi propongo un racconto che descrive una realtà sempre più presente ai giorni nostri, nella quotidianità della vita, e in terapia: la disforia di genere.
Leggete la storia di Leo.
Leggete la sua confusione, la sua difficoltà nell'accettare ciò che mente e corpo non accettano, ciò che lo fa sentire colpevole e sbagliato.
Leggete la sua disperazione per la difficoltà di scegliere.
Di decidere di vivere finalmente la propria vita con l' identità a cui sente di appartenere.
Leo è nato davvero in un corpo sbagliato?
Voi che leggete, date il vostro giudizio, e quella che secondo voi dovrebbe essere la sua scelta.
Oggi vi propongo la sua storia.
Nel prossimo post il commento di carattere psicologico.
Buona lettura.
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Leo era triste.
No, forse triste non era il termine giusto per descrivere il suo stato d'animo, era...vuoto.
Ecco sì, vuoto forse era un termine più calzante.
Si guardava allo specchio e lo specchio gli rimandava la stessa sensazione che sentiva dentro: vuoto, un vuoto assoluto.
Dov'era. "Lui", lui, Leo...dov'era?
Quello vero.
Quello che solo lui conosceva.
Lui e nessun'altro.
Quello nascosto.
Quello "dietro". E "dentro".
Quello nascosto dietro la maschera. Dietro la mezza barba che piaceva tanto alle ragazze.
Quello "figo", come gli dicevano senza mezzi termini le donne, e anche gli amici quando gli davano di gomito per ammiccare, talmente certi della sua facilità di conquista.
E lui sorrideva, senza ammettere e senza smentire.
Senza smentire, perché lui era l'essenza stessa della menzogna.
Aveva la capacità di mentire a tutti, proprio a tutti: genitori, parenti, docenti, amici, non amici, conoscenti, titolari dei vari negozi dove faceva la spesa, commesse, baristi...TUTTI.
Non si stancava mai.
Non mollava mai la presa.
Attento e vigile come un segugio.
Falso come una moneta di cioccolata, quella che sembra vera solo ai bambini.
La verità? La verità era che lui non si era mai sentito un maschio. Anzi, un "maschietto" come si vantava sempre la mamma quando era un bambino, pavoneggiandosi con le amiche perché lui era davvero un bel bambino: il suo maschietto!
Ma ora non ce la faceva più a reggere il gioco.
Era stanco. Mortalmente stanco. Sfinito, ecco, sfinito era il termine più fedele a come si sentiva.
Ho 25 anni! Come ho potuto resistere fino ad oggi?
Lo chiese a voce alta, rivolto a quella immagine che lo specchio gli rimandava: " ma come cazzo hai fatto?!"
Ecco l'origine di quel vuoto, lui lo sapeva, lo aveva capito da tanto, da sempre.
Da troppo, anzi, se quel vuoto diventava giorno dopo giorno più profondo, sempre più ampio, così vasto che ormai aveva invaso ogni sua fibra, ogni cellula, ogni più microscopica particella del suo essere: testa, cuore, pancia.
E Anima, soprattutto l'anima.
Per chi l'aveva fatto?
Per chi aveva annientato, annullato, azzerato, se stesso e ciò che sapeva di essere da sempre. Essere, non fingere di essere!
Per quella mamma così orgogliosa del suo maschietto?
Per gli amici?
Per le ragazze tutte un po' innamorate di lui?
O ... per vigliaccheria?
Ecco, diciamo le cose come stanno Leo, ed esci da quel tuo guscio che ti protegge e che inizia a puzzare di qualcosa che sta andando a male! Esci! o tutta la tua fatica si trasformerà in una pellicola viscida, aderente, vischiosa, così attaccata alla pelle da impedirti di respirare.
Come certi bruchi avvolti nel bozzolo che non sanno diventare farfalla, che chiudono ogni possibilità di trasformazione rimanendo bruchi in eterno.
Per questo era andato da un medico. Anzi, da tanti.
Prima di tutto dal suo, quello di base: era giovane, libero di testa, privo di pregiudizi, non giudicante. Insomma gli piaceva, si trovava bene con lui, anche se, certo, non era stato facile superare l'imbarazzo che era quasi vergogna.
E lui lo aveva accolto, rassicurato con quell'atteggiamento che si vedeva che non era forzato, ma sinceramente autentico. Come la voglia di aiutarlo, ma senza sottovalutare niente del percorso che lo attendeva.
Gli disse che, prima di prendere qualunque decisione, doveva parlare con chi si occupava della psiche.
Non importava che fosse di genere maschile o femminile, dipendeva solo da lui valutare con chi poteva sentirsi più a suo agio.
Dopo, solo dopo, dopo essersi confrontato, avere analizzato, sviscerato, interpretato, quasi reso "liquido" ogni suo pensiero, dubbio, segreto, timore, insieme al professionista scelto.
Dopo, e solo dopo, avere confermato a se stesso la decisione di ritrovare quel vero "sé", quello che gli apparteneva davvero, solo allora gli avrebbe spiegato tutto il percorso fisico, non privo di dolore, non immediato, non facile, non totalmente privo di rischio, che lo attendeva.
Leo aveva ascoltato con quell' attenzione che gli apparteneva sempre, che la sua sensibilità, quella sua condizione che sentiva dovere essere protetta perché particolare, il rispetto per l' ascolto dell'altro, avevano affinato come una lama.
E con quella sua mente, che tutti chi più chi meno, rimproveravano perché "pensava troppo", si ripeté mille e mille volte ogni parola che il medico gli aveva detto.
Era pronto, veramente pronto a tutto questo?
A tutto quello che, se fosse andato tutto bene, senza incidenti, senza paure dell' imprevedibilità di un ripensamento tardivo, senza il pensiero degli "altri", tutto quello che lo aspettava insomma.
E pensava ai suoi genitori, a sua mamma prima di tutto, a quel suo figlio unico e maschio che non avrebbe più ritrovato, al nuovo che avrebbe dovuto accogliere e da cui avrebbe dovuto essere accolto.
E poi agli amici, alle amiche, a tutti quelli che lo conoscevano, ma soprattutto... ecco, sì, poteva sembrare assurdo dopo tanto ossessivo desiderio di vedere riflesso finalmente, in quello stesso specchio, l' immagine di quella ragazza che la sua mente aveva riprodotto milioni di volte, sempre la stessa: stessi occhi scuri e intensi, ma su un volto ingentilito e reso glabro fino a diventare di seta. Liscio e bianco come quello di una Geisha.
Stesse le labbra, ma più carnose e morbide. E poi i capelli.
Quelli sì , sapeva da sempre come li voleva.
Li voleva lunghi sulle spalle, che scendessero, lucidi, lisci, e tanti!
Quei capelli che correvano lungo la schiena, quasi ad accarezzarne la fine.
Ce la farai Leo?
Saprai scegliere quale percorso scegliere, quale vorrai per la tua vita?
La TUA vita Leo: una vita finalmente solo tua!
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Nota: nel prossimo post il commento a questa storia. Non mancate!
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