Sindrome di Peter Pan in Psicologia (Seconda Parte)

 


Con sindrome di Peter Pan intendiamo riferirci a quegli adulti che evitano le responsabilità che fanno parte della maturità di una persona, mostrando comportamenti infantili, timore degli impegni, ed immaturità emotiva.
Il termine fu coniato da Dan Kiley nel 1983.
Sì tratta di un comportamento caratterizzato da narcisismo, dipendenze affettive e relazionali, oltre una scarsa autostima.
Questa sindrome non rientra nelle patologie dei disturbi mentali, quindi non la ritroviamo nel DSM perché stiamo parlando di una modalità comportamentale.

I Sintomi principali sono:

-immaturità che si protrae nel tempo. -bisogno di continuo accudimento. -inaffidabilità.
-difficoltà e resistenza ad eseguire e gestire impegni lavorativi.

Inoltre in questi soggetti ritroviamo spesso umore variabile, paura della solitudine ma, al contempo, vi è anche la paura di assumersi un impegno duraturo, come ad esempio una convivenza.
Anche le cause possono essere in antitesi tra loro: o legati ad una infanzia con eccesso di protezione, o al contrario, da traumi o carenze affettive.
Nelle relazioni questo soggetto cerca un partner che assuma un ruolo genitoriale ( troviamo come esemplificazione il ruolo di Wendy nel suo rapportarsi con Peter Pan) che si fa carico quindi di ogni responsabilità e lo accudisce.

La figura di Peter Pan viene spesso evocata per indicare, come priorità, una immaturità affettiva.
Generalmente se ne parla al maschile per la minore abitudine degli uomini di relazionarsi con il mondo delle emozioni, trovando così un terreno più favorevole e fertile.
Questo comportamento viene spesso visto come somigliante al disturbo di personalità narcisistico, in realtà ci sono diverse differenze:

- nel narcisista troviamo una caratterialità egoistica, di freddezza emotiva che lo imprigiona in un rapporto unico con se stesso, ovvero lo "specchio", la famosa immagine che, nella mitologia, Narciso vede riflessa nell'acqua.

- la figura di Peter Pan, a differenza di quella del narcisista, è affine a colui che è capace d'affetto, di generosità, e di empatia, ma non è capace di entrare a pieno titolo, nella complessità e nella ricchezza di un sentimento totalizzante tipico del bambino.
Non è aridità, né assenza di affetto, o anafettività la sua, semplicemente manca di quella completezza che appartiene all'adulto.
Così come è facile ritrovare in questi soggetti assenza di senso di colpa, a causa appunto, di questa psiche immatura.

Il Peter Pan si stanca facilmente di ogni novità, la noia è sempre in agguato, è estremamente volubile perché non trae beneficio dalle esperienze, e se una esperienza si presenta frustrante il suo modo di affrontarla è uno solo: la fuga.
La sua è una perenne ricerca.
La ricerca di qualcosa che non troverà mai, perché non rappresenta la ricerca di una persona che è in continuo cambiamento, ma è sostenuta unicamente dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal dispiacere.
Molti Peter Pan chiedono aiuto non perché provano disagio per ciò che sono, ma per la richiesta fatta da chi sta loro vicino: fidanzate, mogli, madri che si lamentano di tanta superficialità.
In realtà loro stanno benissimo così come sono.

Perché qualcosa possa veramente cambiare la richiesta di una psicoterapia deve quindi provenire unicamente dal paziente.
Solo in questo caso si può operare ed agire per mettere un minimo freno alla fuga perenne di un Peter Pan.

Concludo con un brano tratto dall'introduzione al testo di J.M.Barrie che qui riporto:

"Peter Pan è stato l' archetipo dell' infantilismo che dilaga nel mondo moderno. E ne rappresenta anche la tragedia. Non è infatti possibile -senza pagare un prezzo altissimo - restare bambini né tornare all'infanzia, e soprattutto è un mondo tutt'altro che innocente. Se lo è mai stato un tempo, oggi è stato "inquinato" dal mondo degli adulti."

James Hillman, sulle tracce di Jung, considera Pan "la natura dentro di noi", il demone che attraverso l' immaginazione ci rivela la nostra vera natura istintuale.

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