Io, Frida, e la Solitudine
A Clio piaceva molto quella frase.
Quella scritta da una famosa, strana, complessa artista, che si chiamava Frida Kahlo.
Diceva così quella frase:
" In un posto dentro di me sono sola, Lo sono sempre stata e sempre lo sarò".
Sembrava scritta da lei, Clio.
O meglio, le sarebbe piaciuto averla scritta lei, perché era esattamente il pensiero che aveva sempre sentito "battere" contro la sua testa.
Quel "toc-toc" frequente, quel bussare contro quella porta blindata che chiudeva l'accesso a chi, e a ciò, che non voleva fare entrare.
Quella sua testa dove forse c'era anche la sede della sua anima.
Sì, perché la sede della sua anima, nel tempo, cambiava sempre di posto
Quindi non era sicura di dove fosse ora, dove si trovasse in quel momento, ora che era più adulta.
Quando era piccola avvertiva spesso quella strana sensazione che la rendeva improvvisamente triste.
Così, che le piombava addosso come un falco, e come un falco le strappava qualcosa che le rubava il sorriso.
Che non le piaceva. Che la faceva passare da un'allegria sfrenata, fino ad apparire perfino un po' stupida, per arrivare poi a quella sensazione di profonda solitudine.
Quella che portava con sé, fino ad arrivarle dentro, e nascondersi in una piega del cuore, in qualche anfratto dell'anima: la convinzione che nessuno l' amasse davvero.
Che nessuno l'avrebbe mai amata come voleva lei, come credeva lei fosse essere amata nel profondo.
Una voragine che con un niente si poteva riempire.
Un'alternanza di sensazioni, di incertezze che si trasformavano di colpo in certezze, e viceversa. Che la tormentavano di domande senza risposta: cos'era esattamente ... amore, indifferenza, ostilità?
Quale di questi sentimenti prevaleva negli altri verso di lei?
Quello che in assoluto temeva di più era l' indifferenza: sicuramente preferiva l'odio a questa.
Così s' inventava strategie per mettere alla prova quell'amore, quello della sua famiglia per lei.
E la famiglia erano il suo papà e le sue sorelle.
La mamma no: lei sapeva di essere adorata da quella bellissima mamma che sembrava una principessa, la sua ninfa dei boschi.
Non aveva bisogno di prove da lei.
Ma dagli altri sì.
Così un giorno, poteva avere 5 anni, 7? Più o meno quella età.
Ebbene quel giorno, quello in cui Signora Solitudine bussava troppo forte contro quella porta fino a cercare di scardinarla, Clio s' infilò sotto il grande letto matrimoniale dei genitori.
Era bassissimo lo spazio tra la fascia di legno che circondava la sponda a termine del letto, e il pavimento.
Non più di quindici/venti centimetri.
Ma Clio era sottile come una foglia di alloro, come un filo d'erba, come una freccia, come le ali di una farfalla: riusciva a infilarsi ovunque. Così spostava la testa di lato, che era l'ingombro più voluminoso da fare passare, schiacciando il più possibile la guancia contro il pavimento.
La spingeva con forza, e una volta riuscita ad entrare, fare passare il resto del suo minuto corpicino da silfide era un gioco da ragazzi...o per meglio dire da bambini forse.
Nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse riuscita a spingersi fin lì, sotto quel nulla.
Sì respirava male lì sotto, decisamente male, ma ne valeva la pena perché presto tutti l'avrebbero chiamata con quella certezza che lei sarebbe corsa subito come sempre , come una piccola schiava.
Ma questa volta lei non avrebbe risposto, non sarebbe corsa al volo come d'abitudine a quel richiamo.
Poi, non sentendola e non vedendola arrivare, allora avrebbero iniziato a cercarla senza trovarla, poi..... sì, poi cosa sarebbe successo?
Si sarebbero disperati, questo è certo. L' avrebbero cercata in ogni angolo della casa, e avrebbero chiamato tutti a gran voce: " Clio... Clio dove sei finita ... Cliooooo!!!
E aspettava Clio, con il cuore che le scoppiava in petto, i muscoli del piccolo corpo tesi allo spasimo, pronta a uscire strillando e ridendo: "sono quiiiii...vi ho fatto uno scherzo, sono qui!"
Ma i minuti passavano e... niente: nessuna voce a chiamarla, nessuno a cercarla.
Forse, se fosse stata un po' più grande, avrebbe ragionato sul fatto che erano in 5 in casa, che ognuno aveva il suo compito da portare avanti, il proprio pensiero che occupava mente e attenzione, le chiacchiere, il raccontarsi... in fondo lei era solo la piccola di casa, Clio, quella creaturina strana che spesso passava dal riso al pianto.
Alla fine uscì da quel letto, strisciando lungo il pavimento così come era entrata.
No...forse non esattamente come era entrata, non "dentro" almeno.
Dentro qualcosa in lei si era spezzato.
"In un posto dentro di me sono sola, Lo sono sempre stata e sempre lo sarò." Certo, le aveva scritte lei quelle parole, quelle di Frida Kahlo. Non in un libro, non in una poesia, né in un romanzo, no. Dentro di sé sì.
Ecco, le aveva incise "dentro". Tutte.
Ora lo sapeva. E non avrebbe più aspettato. Non sarebbe più stata delusa, nessuno ci sarebbe riuscito.
Nessuno MAI PIÙ .
Questo l'avrebbe resa forte.
Finalmente FORTE, come una roccia, come un' immensa montagna che neppure il vento più feroce avrebbe intaccato, né smosso. Né l'onda più alta e violenta di qualunque immenso oceano.
Neppure quello della Vita.
Lei sarebbe stata la migliore amica di sé stessa. Lei la sua certezza. Era una promessa che si era fatta: un vero patto di sangue.
Un giorno si era fatto un piccolo taglio in ambedue il palmo delle mani, poi se le era strette forte tra loro per mescolare quel sangue...e in quell'attimo si era sentita come protetta da una magia, invulnerabile!
È cresciuta Clio.
Passa ancora dalla malinconia all'allegria, ma la seconda dura decisamente molto più a lungo della prima. E il suo viso è sempre pronto al sorriso. La testa poi è piena di mille cose da volere portare avanti, di milioni di curiosità da soddisfare, e poi l' amore per i viaggi, e quella scelta di professione per la sua predisposizione agli altri...un "fiume in piena", come l'aveva definita un amico.
Poi certo, ancora momenti di nervosismo che preme, e vuole uscire come certi sbuffi seguiti da "colate laviche" come nei vulcani... che in lei era quasi normalità. Niente di strano o eccessivo.
Nel passaggio da ragazzina a donna era andata da un medico, gli aveva raccontato di sé, e questo gli aveva diagnosticato una sottospecie di forma di bipolarismo lieve: ciclotimia, l'aveva chiamata così.
Clio lo aveva lasciato parlare.
Aveva assentito facendo cenni di partecipazione, e approvazione con la testa, mentre una voce dentro le diceva: " cavolo, ma non hai capito niente! non mi conosci, non sai vedere che con le tue nozioni, le tue teorie, i tuoi criteri diagnostici che sono confini per la vera comprensione degli altri. Ma come fai? Forse dovresti cambiare mestiere! Oppure imparare ad andare oltre quel confine per vedere cosa c'è oltre quell'oltre...
E le venne in mente un'altra bellissima frase di Frida Kahlo, quella che dice così:
"Non fare caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini."
E il viso si aprì al sorriso.
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NOTA:
Nel prossimo post ci sarà l'interpretazione della sindrome abbandonica.
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