Io, Frida, e la Solitudine

 



A Clio piaceva molto quella frase.
Quella scritta da una famosa, strana, complessa artista, che si chiamava Frida Kahlo.
Diceva così quella frase:

" In un posto dentro di me sono sola, Lo sono sempre stata e sempre lo sarò".

Sembrava scritta per lei, perché era esattamente il pensiero che aveva sempre sentito "battere" contro la sua testa.
Quel "toc-toc" frequente, quel bussare contro quella porta blindata che chiudeva l'accesso a chi, e a ciò, che non voleva fare entrare.
Quella sua testa dove forse c'era anche la sede della sua anima.
Sì, perché la sede della sua anima, nel tempo, cambiava sempre di posto
Quindi non era sicura di dove fosse ora, dove si trovasse in quel momento, ora che era più adulta.

Quando era piccola avvertiva spesso quella strana sensazione che la rendeva improvvisamente triste.
Quella tristezza profonda come una ferita a spaccare in due il cuore... o era forse l'anima?
Sì perché lei non sapeva differenziare bene tra cuore e anima. Il cuore lo sentiva, se andava da un medico riusciva perfino a vederlo con quegli strani strumenti che usavano loro. Ma l'anima no.
Così aveva deciso che l'anima era invisibile come un alito d' aria purissima custodito dentro il cuore.
Quell'aria che a volte cambiava d'intensità: in alcuni momenti era una brezza gentile, in altri un vento feroce e violento.
"Dentro", quindi, abitava ogni sensazione, e in lei la tristezza era lo stato d'animo che bussava più forte e più spesso.
Che le piombava addosso come un falco, e come un falco le strappava qualcosa a rubarle il sorriso.
Che non le piaceva. Che la faceva passare da un'allegria sfrenata a quella sensazione di profonda solitudine.
Quella che portava con sé, che arrivava dentro fino a nascondersi in una piega del cuore, in qualche anfratto dell'anima: la convinzione che nessuno l' amasse davvero.
Che nessuno l'avrebbe mai amata come voleva lei, con quella profondità che era convinta si DOVESSE amare ed essere amati.
Una voragine che con un niente si poteva riempire.
Un'alternanza di sensazioni, d' incertezze che si trasformavano di colpo in certezze, e viceversa.
Che la tormentavano di domande senza risposta: cos'era esattamente ... amore, indifferenza, ostilità?
Quale di questi sentimenti prevaleva negli altri verso di lei?

Quello che in assoluto temeva di più era l' indifferenza: sicuramente preferiva l'odio a questa.
Così spesso s' inventava strategie per mettere alla prova quell'amore, quello di tutti.
La mamma no: lei sapeva di essere adorata da quella bellissima mamma che sembrava una principessa, la sua ninfa dei boschi.
Non aveva bisogno di prove da lei.
Ma dagli altri sì.
Clio, sottile come una foglia di alloro, come un filo d'erba, come una freccia, come le ali di una farfalla: riusciva a infilarsi ovunque.
E infilarsi alla sera, davanti alla tele, quando il vuoto premeva più forte, per raggomitolarsi dentro le braccia di quella mamma, era come riposare un attimo quel suo cuore con quell'anima dentro.
Poi si lasciava scivolare fino a posare la testa sul suo grembo così che la mamma, con le sue dita sottili, le accarezzasse la testa piena di riccioli morbidi.

La sua sensibilità esasperata la rendeva vulnerabile a ogni frase, gesto, rimprovero, che spesso le facevano credere che non sarebbe mai stata capita da nessuno.
E qualcosa in lei si spezzava.

"In un posto dentro di me sono sola, Lo sono sempre stata e sempre lo sarò." Certo, doveva averle scritte lei quelle parole, quelle di Frida Kahlo. Non in un libro, non in una poesia, né in un romanzo, no!
Ecco, le aveva incise "dentro". Tutte.
Ora lo sapeva. Non sarebbe più stata delusa, nessuno ci sarebbe riuscito.
Nessuno MAI PIÙ .
Questo l'avrebbe resa forte.
Finalmente FORTE, come una roccia, come un' immensa montagna che neppure il vento più feroce avrebbe intaccato, né smosso. Né l'onda più alta e violenta di qualunque immenso oceano.
Neppure quello della Vita.
Lei sarebbe stata la migliore amica di sé stessa. Lei la sua certezza. Era una promessa che si era fatta: un vero patto di sangue.
Un giorno si era fatto un piccolo taglio in ambedue il palmo delle mani, poi se le era strette forte tra loro per mescolare quel sangue...e in quell'attimo si era sentita come protetta da una magia, invulnerabile!

È cresciuta Clio.
Passa ancora dalla malinconia all'allegria, ma la seconda dura decisamente molto più a lungo della prima. E il suo viso è sempre pronto al sorriso. La testa poi è piena di mille cose da portare avanti, di milioni di curiosità da soddisfare, la passione per i viaggi, e quella scelta di professione per la predisposizione agli altri...un "fiume in piena", come l'aveva definita un amico.
Poi certo, ancora momenti di nervosismo, quelli che premono, escono con certi "sbuffi" seguiti da "colate laviche", come nei vulcani insomma!
In lei tutto ciò era normalità. Niente di strano o di eccessivo.
Nel passaggio da ragazzina a donna era andata da un medico, gli aveva raccontato di sé, e questo le aveva diagnosticato una sottospecie di forma di bipolarismo lieve: ciclotimia, l'aveva chiamata così.
Clio lo aveva lasciato parlare, assentiva con la testa facendo cenni di partecipazione, mentre una voce dentro diceva: " cavolo, non hai capito niente! non mi conosci, non sai vedere che con le tue nozioni, le tue teorie, i tuoi criteri diagnostici, che sono confini per comprendere gli altri. Forse dovresti imparare ad andare oltre, per vedere cosa c'è oltre quell'oltre..."
E le venne in mente un'altra bellissima frase di Frida Kahlo, quella che dice così:

"Non fare caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini."

E il viso si aprì al sorriso.
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